Concorso. Un'idea per la ricostruzione:  YURTA

 Abitare l’emergenza è l’opposto di quello che per noi, distratti occupatori di spazi privati, è l’esperienza quotidiana, cioè quella di abitare l’abitudine.

Un violento scrollone della terra ci costringe dolorosamente ad assumere una nuova identità, una parvenza nomade che ci allontana da molte certezze.

 La narrazione della nostra quotidianità si spezza bruscamente e subentra una storia in cui l’aspetto collettivo prevale nostro malgrado. Le grandi tendopoli accolgono una popolazione eterogenea, dapprima spaventata e sbigottita, poi sempre più capace di riannodare i capi del loro vivere. Ma a lungo andare prevale la noia e la frustrazione, cova la rabbia.

Un progetto che voglia dare una risposta, anche se parziale, all’emergenza non può a mio avviso che partire dalla constatazione che in un campo ‘profughi’, perché di questo si tratta, la normalità è altro rispetto a quella vita conosciuta prima, e che si assaporerà dopo, di nuovo in una vera casa. Ma proprio in questa rottura, non cercata e non desiderata, abbiamo l’opportunità di crearci un senso dello spazio abitato differente da prima.

Il mio disegno vuole farsi rimando di due diverse situazioni:

l’alveare, inteso come spazio modulare in cui la singola cella è contigua ma assolutamente conclusa rispetto alle altre
e  la yurta, la tenda delle popolazioni mongole, a pianta circolare, come riassunto personale del macrocosmo.

 Da queste due fonti di ‘ispirazione’ ho costruito la mia proposta, che si è concretizzata in un disegno che mi sembra assolva bene anche a tutte le questioni pratiche, e cioè:

 

  • Trasportabilità: le dimensioni ridotte dei singoli elementi non smontabili (i pannelli di tamponamento sono di 2 m. di lato) e l’utilizzo di materiali leggeri come l’alluminio, per mettono uno stivaggio e un trasporto agevoli.

     

  • Assemblaggio: le parti si assemblano facilmente ad incastro, la struttura che deve preveder lo sforzo combinato di una squadra è quella della copertura ad ombrello, costituita da materiali ultraleggeri come la tela vela e le stecche di alluminio.

     

  • Modularità: la costruzione si può ampliare facilmente e si adatta bene anche alle varie orografie ( possibilità di posizionamento a reticolo oppure più organica alla conformazione del sito).

     

  • Existenz minimum: ogni stanza, di 10,5 mq, è occupata da due persone, sia in letti singoli che doppi. Nella stanza trovano spazio uno/due scaffalature, piani di appoggio e sedute. Chiaramente è uno spazio privato, un rifugio, la vita pubblica (mangiare, ricrearsi, discutere) si svolge in altre aggregazioni di celle non divise da tamponamenti.

     

  • I servizi igienici sono previsti collettivi .

     

  • Il comfort: la temperatura invernale è garantita da un sistema radiante con serpentine elettriche a pavimento. Sistema costoso ma che senz’altro disperde meno energia dell’accensione di stufe e stufette. La circolazione dell’aria è garantita anche dalla luce centrale nel soffitto, che funge da camino per l’aria viziata. La copertura in tela sovrastante garantisce una sorta di intercapedine d’aria a temperatura costante. I materiali, di cui parlerò più avanti, garantiscono un buon riparo dall’umidità e dal freddo. I colori: il blu suggerisce pulizia, precisione,ma è anche rilassante; il giallo è associato all’ottimismo, ma segnala anche attenzione.


I materiali: le yurte sono un prodotto di alta tecnologia. Smontabili, leggere, garantiscono temperature confortevoli in climi estremi.

L’utilizzo del feltro come involucro permette di mantenere asciutti gli interni e di difenderli dalle escursioni termiche.

Il feltro, oltre ad essere termoisolante è anche insonorizzante, igroscopico ( può anche essere suscettibile di trattamenti impermeabilizzanti), in caso di incendio non divampa ma si carbonizza. E’ senz’altro un materiale ecologico, la sua produzione non innesta procedimenti dannosi all’ambiente, è anche facilmente riciclabile.

Il tamponamento verticale e il soffitto delle singole celle sono formati da pannelli costituiti da due lastre di feltro e un’intercapedine riempita da cartone strutturale alveolare, che aumenta la resistenza termica del pannello.

L’altro materiale usato è l’alluminio, leggero, facilmente trasportabile e assemblabile, unito al poliestere nelle pavimentazioni radianti.

E’ prevista l’aggregazione di cinque cellette attorno ad uno spazio libero di distribuzione, per un totale di 10 persone. La privacy è (parzialmente) protetta da ante in PVC giallo.

Il progetto vuole rispondere all’emergenza con uno spazio di emergenza, vissuto, se possibile, come ‘altra’ modalità dell’ abitare, sì temporanea ma non per questa estranea ed alienante.